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Ucraina

I rossi carboni ardenti pian piano si consumano sotto la grigia cenere e a poco a poco si spengono: avevo spento quel fuoco, almeno così credevo, ma vedendo i servizi in televisione i ricordi, come la brace ancora viva, son divampati.

Mi ritornano le notti passate alla frontiera tra Kosovo e Albania a Kukes, come  lampi. Mi ricordo don Antonio Sciarra, che si era procurato per tempo gli immensi rotoli per coprire le serre e aveva affittato una casetta abbandonata vicino alla dogana. Con sacchi a pelo e materiali dormivamo lì per stare pronti! Senza preavviso i doganieri si divertivano, come i gatti con i topi, aprivano la frontiera e lasciavano passare: preferivano di notte. All’improvviso fluiva una misera colonna di trattorini con rimorchio stracarico di umanità sconfitta, indegna, maleodorante, intirizzita, tom-tom-tom-tom-tom, mi scuote ancora le tempie più delle mitragliatrici. Noi volevamo essere lì, stupidi nulla, che volevamo  salutarli, dar loro almeno un chai caldo e pezzi di quegli immensi rotoli che avevamo preparato, per coprirsi dall’umidità  e dal freddo, nessuno li rifiutava. Mi ricordo che erano tanto pesanti e non ci bastavano mai.

In quei giorni arrivavano mille aiuti da tutto il mondo, le strade erano piste tra le montagne senza asfalto; ci servivano mezzi agili, le grandi organizzazioni erano troppo lente. Comprammo un fuoristrada e un pulmino per trasportare i casi più gravi, per strada ci accadeva di tutto, recuperammo un bambino di tre anni che si era perso nella montagna. Mentre eravamo al campo base di Kukes ci venne incontro una bella ragazza piangente, che non ce la faceva più. Era vestita di begli abiti, quando erano puliti, e di scarpe da tennis di tela bianca. Volevamo rifocillarla e si fece aiutare, ma non voleva che le fossero toccate le scarpe mai, mai per sempre! Nel suo inglese di tredicenne ci fece capire che quel sangue sulle sue scarpe era di suo padre. Glielo avevano sparato poco prima della frontiera ed era caduto ai suoi piedi… e piangeva e piangeva, sola. Anche a me qui ora oggi mi vien da ripiangere, come uno stupido!

Quando poi finì tutto, riportammo i profughi dopo alcuni mesi a casa con i nostri mezzi e li riportammo proprio a casa: mi successero due segni. Incontrai uno di loro che mi riconobbe, mi volle portare da lui a vedere, ma non c’era niente, tutto era raso terra. Camminò tra le tegole, ne sollevò una e tirò su una caramella e mi ringraziò. Un’altra volta a Pristina, un signore che mi diceva di essere benestante mi corse incontro, mi disse di aspettarlo lì, di lì a poco tornò felice e mi diede una bottiglia di raki, baciandomi.

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