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I racconti di p. Jack

Capitolo VI

“Bambini: chi sono costoro?”

Bambino: viene da bambo è frutto di una delle prime esperienze sonore di noi umani, si usa normalmente per identificare le persone fino alle elementari.

Un umorista di casa diceva che sono coloro che si vestono con la maglietta di lana quando le mamme hanno freddo. In Europa sono una razza in via di estinzione.

Nelle statistiche demografiche una buona parte dei Ventisette ha il segno meno e solo sei di loro superano il + 1%. Dicono che per non decrescere bisognerebbe arrivare a 2,6. Noi italiani siamo però il paese più vecchio d’Europa e appena i bambini nascono hanno già un debito di varie migliaia di Euro. In compenso continuiamo a non fare scuole e asili e a mandare armi e soldati in giro per il mondo. In Europa la mortalità infantile è sotto la media del 3%.

In compenso in Africa Centrale è 81%, nelle Comore 48%, in Camerun 50%, Burkina 53%, Congo 34%, Costa d’Avorio 58%, in Ghana 34%… Quando ci penso, mi vengono incontro alcuni di loro con le loro storie, quasi tutte lontane nel tempo e nei luoghi.

In Albania dove mi ero preso cura, come direttore, di un campo di “vulnerable people”, a un certo momento decidemmo di riportare questi a casa: era a 200/300 km.

Di ritorno dal Kosovo su una pista nei boschi trovammo in bambino, solo, o era caduto da un mezzo o lo avevamo dimenticato. Lo portammo con noi a Scutari per darlo agli uffici delle Nazioni Unite.

Nel successivo viaggio trovammo la sua foto alla frontiera tenuta dagli americani. Spiegammo loro che il piccolo era in salvo in città, per sicurezza tolsi la sua foto al posto di blocco.

Il secondo ricordo che mi tormenta è di un bambino che cadde di testa sul marciapiede sottostante dal primo piano: toc! e rimbalzo.

Per fortuna c’erano i cavalieri di Malta con l’ambulanza. Per noi era già pianto morto. Il bambino ritornò a casa il giorno dopo con una leggera commozione celebrale.

Ancora un ricordo di un bambino al Campo di Isiba in Ciad, campo profughi sudanesi, circa 20.000 persone.  Andai in una tenda che avevo già visitato con cibo per bambini, pannolini, intimo. La mamma era sola e mi accennò che lui era fuori. Sorpreso lo andai a cercare, trovai un tumulo di sabbia smossa da poco.

Qui a Palermo ci rallegrano la vita i frugoli sulle spalle delle splendenti mamme acrobate con i figli a dorso che non piangono quasi mai, belli.

Mi vengono i ricordi delle calde e polverose piste del Sahara ciadiano di una decina di anni fa. Tutto era organizzato per rendere infernale il cammino della speranza. In cima a camion vecchi e malandati, caricati al doppio del possibile, erano abbrancati alle funi decine e decine di dannati. Il mezzo non si poteva fermare, se si fermava era perduto e chi cadeva per sonno, fame e fatica non poteva essere raccolto, c’erano tanti bambini e lungo il percorso si potevano trovare le carcasse delle loro brevi vite…

Un ultimo ricordo mi riporta ad Abéché, al confine col Sudan. Lavoravo con le N.U. e dovevo per contratto accettare lo stipendio. Chiesi al mio amico parroco cosa potessi fare con tutti quei soldi. Mi disse: “lait, du lait”. Non ero d’accordo perché il latte in polvere era monopolio della Nestlé, ma non c’era alternativa. Naturalmente i bambini morivano lo stesso perché le mamme glie ne davano sempre la metà del dovuto. Ma queste sono altre storie.

Qui a Palermo di bambini non se ne vedono, e quando ci sono, sono super protetti da vestiti, coperte, culla e mi fanno sorridere e ricordare un bel momento con i bambini a Lamy, vicino alla Libia.

Le donne erano riunite a far festa tra loro con il missionario che era arrivato dopo tre giorni di pista. Si preparava la birra, la boule, l’arrosto. I bambini su un grande telo giocavano e quando volevano mangiare si attaccavano alla prima tetta che trovavano. Li gestivano due bambine di 12 anni. Ne ho visto uno arroventare al fuoco un ferro per fare un buco alla sua ciabatta…

Quando visito la nostra città mi accorgo che ho piacere nel vedere qualcosa che non credevo mi piacesse (non amo molto il barocco).

Guardo con piacere i gessi dei vari creatori e artisti siciliani: specialmente i putti, sono sempre affaccendati a far qualcosa. Giocano col leone, con i serpenti, strozzano animali cattivi, sconfiggono il male, lo cacciano, aiutano a fare il bene, sono sempre contenti, stanno bene in salute, scherzano, non ne ho ancora visto uno morto. Insomma dovremmo prendere l’esempio da loro. Devo prendere ancora le loro lezioni e spero che dopo aver vinto il Covid mi insegnino altro, prima di tutto andrò a rivedere l’oratorio di S. Lorenzo.

Immagini: Oratorio San Lorenzo, Palermo


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