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I racconti di p. Jack

Capitolo I: “Semperservus”

Navigatori cibernetici di DiVento, ben trovati,

ciò che state leggendo è l’inizio delle Nostre presentazioni, siamo il gruppo che ha costituito per ora ‘sto gruppo: DiVento, appunto. Siccome son io che vi scrivo, di gran lunga il più vecchio, comincio a presentarmi.

Da troppi anni mi hanno dato il “nickname” Jack e non me lo posso proprio scrostare di dosso, quindi così sono chiamato anche se sono, più prosaicamente, p. Gianfranco Iacuzzi e alcuni giorni fa ho “fatto” 71 anni. Sono mezzo veneto, mezzo friulano, mezzo pontino, mezzo africano… e tanti altri piccoli mezzi.

Sono arrivato a Palermo due anni fa, dopo aver passato un paio di anni in una infermeria a rimettere in ordine la mia salute, in quel di Milano.

I miei erano del Nord-Est e contadini, il villaggio dove vivevamo ha il nome di una battaglia della I guerra, come tutti i villaggi vicini. Non parlavamo tanto italiano ma tanti dialetti, eravamo i “coloni” nelle bonifiche del Regime, era il paese del fango. Per andare a scuola facevamo 20 Km di bici al giorno… che bello. Mi è poi toccato fare gli studi alti e mi fecero fare il liceo classico! Un salto epocale perché imparai anche l’italiano; all’inizio ero come l’asino tra i suoni.

Tra i 20 e i 30 ho fatto gli studi più grandi, così dicevano le nonne Teresa e Beta, inarcando le sopracciglia. Braccia perse per la campagna! Imparai di filosofia, teologia, lingue, didattica… Mi introdussi nei gruppi di volontariato di “manitese”, “operazione Mato-Grosso”, “Universitari Costruttori”, “le 150 ore”. Durante l’anno facevamo doposcuola popolare a Napoli, Rione Traiano, e venni anche a Palermo – ZEN: era il 1980.  Era il tempo di Don Milani, dei campi di lavoro dopo il terremoto in Friuli. Nel tempo degli studi a Bruxelles mi occupai di immigrati italiani, ed ero lì a riconoscere i morti della partita Juve – Liverpool. Quando arrivai in Basilicata andai a sbattere sui tossici con la Comunità Emmanuel, mentre facevo il parroco.

… e qui comincia un’altra storia! Gli albanesi sbarcarono a Bari, e ce ne prendemmo 2000 circa nella nostra zona. Di 20.000 che erano.

Ricevuto l’incarico dell’Albania, con un Pick Up mi trasferii a Tirana dove mi diedero una scrivania e una sedia con dei fogli. Spiegai che non era il mio mestiere e felici mi mandarono a gestire i magazzini militari da dove noi distribuivamo gli aiuti. Facchino! Finii sempre in emergenza a sostituire un prete anziano e dedito alla rakia, a Bise per 5 anni. Bisognava far ripartire tutto: strada, scuola, asilo, acqua, elettricità, vestiti, medicine, casa, speranza e infine la chiesetta di S. Nicola. Avevamo messo su una impresa di 15 operai, più l’aiuto di centinaia di volontari da tutta l’Europa, e facemmo cose meravigliose. Tornato a Tirana mi occupai di nuovo di tossici, di malati di Aids e infine il governo italiano mi incaricò di gestire un progetto nazionale per i bambini sordo-muti… mi trasferii a Scutari a gestire un campo di profughi kosovari, “vulnerable people”.

Di lì fu cosa logica finire in Ciad, a Djamenà e Mongò e Abechè e Barò, tra i rifugiati del Darfur e gli indigeni, con 4 parrocchie. Tornato in Italia in carrozzella, mi dovettero ricoverare per tagliarmi un pezzo di gamba: m’ andò bene e gli lasciai solo due dita. Ora sono qui.

Conoscete la legge di Peter, o legge dell’incompetenza? Andate a leggerla. Il mio motto è quello di un gesuita spagnolo che accudiva gli africani che scendevano dalle navi negriere a Cartagena (Venezuela), lo fece per tutta la vita: “semper servus”, se posso.

Quando a Palermo arrivai alla stazione, cercai la strada che non trovai e pronunciai il suo nome in modo sbagliato: si scrive Maqueda ma non è indicato sulla via, e si pronuncia Makueda con la kappa. Avanzai per andare a Casa Professa; non sapevo il perché, ma mi sentivo felice guardandomi attorno. Ascoltavo le voci, i profumi e i volti, e capii: ero a casa.

                                                                                                                               Semperservus, p. Jack

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